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[sticky post] SOTTOTITOLI IN ITALIANO DI FILM GIAPPONESI

In questa pagina potete trovare i sottotitoli in italiano di alcuni film giapponesi.
Questi sottotitoli sono stati creati da me traducendo i sottotitoli giapponesi oppure in qualche caso i sottotitoli inglesi.
Per ogni film troverete una scheda con interpreti, cast tecnico e sinossi, oltre ad alcune immagini del film e il trailer.
Inoltre troverete note storiche e culturali utili per la comprensione del film. Buona visione!
Non sono presenti i link per scaricare i film.


Hara-kiri: Death of a Samurai - Ichimei
(Una Vita - Harakiri: Morte di un Samurai)


Once in a Blue Moon - A Ghost of a Chance - Sutekina kanashibari
(Una paralisi favolosa)


The Magic Hour - Za Majikku Awa-
(L'ora magica)


Into the White Night - Byakuyakou
(Sotto il sole di mezzanotte)


Rebirth -Youkame no Semi
(Rinascita - La cicala dell'ottavo giorno)

Telefonata al bar
Phone Call to the Bar - Tantei wa Bar ni Iru
(Telefonata al bar)


Mt. Tsurugidake - Tsurugidake: Ten no Ki
(Tsurugidake: Cronaca dei punti)

Princess Toyotomi
Princess Toyotomi
(La Principessa Toyotomi)


Sword of Desperation - Hisshiken torisashi
(La spada della disperazione)

Queste pagine non contengono link a file protetti da copyright.

Link utili sul Giappone

Ecco alcuni link utili sul Giappone.

Cinema Giapponese

AsianWorld
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Sonatine
Appunti sul cinema giapponese contemporaneo

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Buon Anno a tutti i miei amici


Buon 2013! Con l'occasione segnalo a tutti i miei amici i miei sottotitoli che sono stati postati su AsianWorld e per il momento non verranno inseriti in questo blog.

Isn't Anyone Alive? (C'è nessuno vivo?)

Regia: Gakuryu (Sogo) Ishii
Interpreti: Sometani Shota
Sinossi: In un campus universitario con annesso ospedale, il film segue la vita degli studenti e di alcune persone che cercano per vari motivi di raggiungere l'ospedale, mentre arriva la fine del mondo.
Commento: Un film surreale e a tratti divertente. Consigliatissimo, uno dei film più interessanti del 2012.

Retrospettiva Kaneto Shindo: cinque film del grande regista scomparso a maggio all'età di 100 anni (scheda di AsianWorld).

Postcard (Cartolina)

Interpreti: Toyokawa Etsushi, Otake Shinobu
Sinossi: Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, prima di partire per una missione a cui è stato assegnato per sorteggio, un soldato, certo di morire, affida ad un commilitone, sorteggiato per andare a fare le pulizie, una cartolina ricevuta dalla moglie, con la preghiera di riportarla a lei e dirle che l'ha ricevuta ed apprezzata.
Commento: Un cast di attori bravissimi in un film che denucia l'assurdità della guerra e dell'imperialismo. Film scelto per rappresentare il Giappone agli Oscar senza però ottenere la candidatura.

Sakura-tai Chiru (La compagnia teatrale Sakura-tai scompare) (documentario)

Sinossi: La storia della compagnia teatrale Sakura-tai sullo sfondo della tragedia atomica.
Commento: La ricostruzione dello sgancio della bomba e l'orrore che ne è seguito si intreccia alle vicende culturali del Giappone all'epoca dell'imperialismo. Interessante testimonianza.

Mother (Madre)

Interpreti: Otowa Nobuko, Sugimura Haruko, Tonoyama Taiji
Sinossi: Una madre, per far curare il suo bambino malato, è costretta ad accettare una vita di stenti e un matrimonio con un uomo anziano che non ama.
Commento: Ancora un film sulla bomba atomica. Shindo ha affrontato il dramma dei sopravvissuti nel film I bambini di Hiroshima; qui quella tragedia è lontana, anche se ne restano i segni evidenti, e l'attenzione si concentra sullo sforzo di andare avanti e di darsi un futuro migliore. Film commovente ma anche pieno di speranza.

Hokusai Manga (I disegni di Hokusai)

Interpreti: Ogata Ken, Nishida Toshiyuki, Tanaka Yuko, Higuchi Kanako, Otowa Nobuko
Sinossi: La vita tormentata del grande pittore Hokusai, dominata dalla foga artistica e dalle pulsioni sessuali.
Commento: Interessante come film biografico, narra la nascita dei grandi capolavori dell'artista, alcuni dei quali sono diventati il simbolo del Giappone e dell'arte giapponese.

Human (Essere umano)

Cast: Tonoyama Taiji, Sato Kei, Otowa Nobuko, Yamamoto Kei
Sinossi: Una barca che trasporta un gruppo di lavoratori e una pescatrice di conchiglie da un'isola all'altra incontra una tempesta e va alla deriva. Le persone a bordo sono costrette a dividersi le scorte in attesa dei soccorsi.
Commento: Una spietata lotta per la sopravvivenza trasforma gli uomini in bestie. Cos'è in fondo un essere umano? Non è forse una bestia come le altre? Esiste la salvezza, esiste un dio? Film con pochissimi dialoghi, dominato dal silenzio del mare, dai giochi di luce ed ombra, dal dondolare della barca, da una sguaiata musica jazz che accompagna i ricordi ossessivi dei protagonisti.

In uscita la prima settimana di gennaio, un omaggio a Tony Leung: i suoi ultimi 2 film. Non sono film giapponesi, sono coproduzioni Hong Kong e Cina. E' il mio omaggio ad un grande attore che amo.
2 gennaio The Great Magician (Il grande mago)

Regia: Derek Yee
Interpreti: Tony Leung, Zhou Xun, Ching Wan-Lau
Sinossi: Cina 1915. Alla rivoluzione che rovescia la dinastia Qing e instaura la repubblica, segue un periodo di caos in cui i signori della guerra cercano di accaparrarsi il dominio sui vari territori. L'abilissimo mago Chang Hsien torna a Pechino con l'intenzione di riprendersi la sua promessa sposa Yin, sequestrata dal generale Lei Toro il quale vuol farne la sua settima moglie. Ma anche il cuore della bella è da riconquistare!
Commento: Film perfetto per i festeggiamenti di Capodanno. Numeri di magia e scene divertenti. Uno scintillante Tony Leung, come sempre.

6 gennaio, Speciale Befana! The Silent War (La guerra silenziosa)

Regia: Felix Chong, Alan Mak
Interpreti: Tony Leung, Zhou Xun
Sinossi: Nella Cina degli anni '50, il partito comunista ha appena cacciato i nazionalisti di Chiang Kai-shek ma la guerra continua attraverso lo spionaggio. Un accordatore di pianoforte cieco viene costretto da un'affascinante agente dei servizi segreti a collaborare per rintracciare i canali radio del nemico grazie al suo eccezionale udito.
Commento: Film di spionaggio che si intreccia con grande tensione alle storie amorose. Ottima ed intensa performance di Tony Leung e Zhou Xun.

Tanti auguri!

The Magic Hour: note culturali

Ecco alcune note culturali relative al film The Magic Hour (L'ora magica).

  • Magic hour
L'ora magica è il momento della giornata a cavallo tra il giorno e la notte: praticamente il tramonto, a partire da un'ora prima fino a circa un'ora dopo. C'è ancora luce, ma non è forte come quella del pieno giorno. Diventa morbida, dona all'ambiente una patina dorata; il cielo da azzurro diventa indaco, e anche i colori di tutte le cose assumono una sfumatura particolare. Catturata dall'obiettivo della macchina fotografica o della cinepresa, la luce di quest'ora magica dà effettivamente risultati straordinari. E non solo fotografando il cielo (si sa, le immagini dei tramonti sono spesso spettacolari), ma anche altri soggetti, come si può vedere da queste foto scattate tutte in quel momento. Raggiungere il risultato sperato però è difficile, perché la luce giusta dura pochissimo: subito dopo diventa insufficiente per fotografare, il buio prevale e l'effetto magico svanisce.



Il Nippon Budokan è un'arena situata nella zona centrale di Tokyo, costruita per le arti marziali ma famosa soprattutto per i grandi concerti rock. I più grandi nomi della musica internazionale sono passati dal Budokan: Beatles, Rolling Stones, Bob Dylan, e poi anche Oasis, Blur, Red Hot Chili Peppers; star asiatiche come Faye Wong e ovviamente anche i più famosi cantanti giapponesi. Anche Joe Hisaishi, autore di famosissime colonne sonore di film, soprattutto quelli animati dello Studio Gibli, si è esibito qui. Un concerto al Budokan è un traguardo per molti artisti, ma solo chi è in grado di garantire un certo numero di fans (e quindi di biglietti venduti) ottiene di poter fare il proprio concerto qui: vuol dire anche un riconoscimento del proprio successo.
 


Akira Kurosawa (1910-1998) è stato uno dei registi più significativi della storia del cinema. Ha avuto una lunga ed acclamata carriera (dal primo film del 1943 all'ultimo del 1993), è stato un innovatore del linguaggio e delle tecniche cinematografiche, e ha influenzato il cinema moderno di tutto il mondo. I suoi film sui samurai (I sette samurai, Rashomon, Yojimbo) influenzò il film western sia americano (I sette samurai ebbe un remake, I magnifici sette), sia lo spaghetti western italiano (Per un pugno di dollari di Sergio Leone). Kurosawa insisteva sull'importanza della sceneggiatura e delle prove, ma produceva anche tantissime note che raccontavano il carattere e la vita del personaggio fuori dalla sceneggiatura, così che gli attori potessero immedesimarsi meglio. Ad esempio, durante la lavorazione de I sette samurai, per le 101 comparse degli abitanti del villaggio creò un registro di 23 famiglie e diede disposizioni agli attori di vivere e lavorare come queste "famiglie" per la durata delle riprese.
Ben 16 dei film di Kurosawa furono intepretati da Toshiro Mifune.



Toshiro Mifune (1920-1997) è uno degli attori giapponesi più famosi al mondo, soprattutto per le sue interpretazioni dei film di Akira Kurosawa (con cui girò 16 film), il più famoso ed acclamato attore giapponese del Novecento, e uno dei più grandi attori della storia del cinema. Tra i suoi film ricordo: Rashomon (1950), Vita di O-haru, donna galante (1952), I sette samurai (1954),  Samurai Trilogy (1954-1956), Yojimbo (1961).
   


Kon Ichikawa (1915-2008) è stato uno dei maestri del cinema giapponese. Il suo film più famoso ed acclamato è L'arpa birmana del 1956. Anche se non è stato molto apprezzato dalla critica, ha diretto anche un film d'animazione con il famoso pupazzo Topo Gigio come protagonista. Nel film The Magic Hour compare in un cameo dove interpreta un regista che sta girando il film "101 donne nere", parodia del film di Ichikawa "Dieci donne nere". Sarà la sua ultima apparizione, e un messaggio alla fine del film lo dedica alla sua memoria.



Takeshi Kitano è un attore, sceneggiatore, regista, pittore e presentatore televisivo. Con i suoi film è diventato famoso a livello internazionale. Ricordo Hanabi (1997, Leone d'Oro a Venezia), Brother (2002, girato negli Stati Uniti), e Zatoichi (2003, Leone d'Argento per la miglior regia a Venezia). Girò il suo film Getting Any? (1994), parodia di tutti i generi cinematografici, senza sceneggiatura, ma lo considerò un film poco riuscito. Prenderlo come modello di cinema senza sceneggiatura è una prova dell'ingenuità di Bingo.



  • Il regno di Jirocho
Lo spettacolo teatrale che viene proposto a Murata (il quale rifiuta perché "lui è attore di cinema") è una messa in scena del romanzo di Genzo Murakami "Il racconto delle tre province di Jirocho", portato sugli schermi in una serie di film jidaigeki che raccontano l'ascesa del protagonista, Jirocho, come boss della yakuza. A questo racconto e a questo personaggio sono ispirati parecchi film e alcuni sviluppano storie secondarie (ad esempio, quelle di alcuni personaggi presenti in Zatoichi). Quindi, paradossalmente, Jirocho è soprattutto un personaggio cinematografico.
Alcuni personaggi di questo film provengono dalle storie di  Jirocho


  • Macchine per il cinema
Il cinema, si sa, è finzione, ma solitamente i suoi trucchi sono nascosti. Quello che vediamo è l'effetto che dà emozione, o spavento; vediamo la straziante scena d'addio sotto la pioggia, o il protagonista crivellato dai colpi di pistola, e se non stiamo attenti ci crediamo davvero. Ai lati della scena, proprio mentre essa sta accadendo, fuori dal campo visivo dell'obiettivo, si muove tutto un popolo di uomini e di macchine che servono a creare questi effetti. E The Magic Hour è un omaggio a queste persone che non sono note al grande pubblico, ma da dietro le quinte fanno la riuscita di un film. A partire dagli scenografi, che hanno interamente ricostruito negli studios il vicolo che fa da sfondo al film, e il cui lavoro è rivelato nella sequenza accellerata dei titoli di coda. E poi gli attrezzisti, e quelli che creano gli effetti speciali delle esplosioni, per esempio. E le controfigure e i cascatori, che affiancano i protagonisti e si sostituiscono a loro nelle scene acrobatiche o pericolose, e in tutte le scene in cui non è necessaria la loro recitazione e il loro volto, ma solo la loro silhouette. E poi ancora i macchinisti che manovrano le grosse gru che servono a fare le inquadrature dall'alto ma soprattutto i movimenti in elevazione, o le macchine per la pioggia, per il vento, per il fumo che serve a dare a uno squallido vicolo un'atmosfera da sogno. E tanti altri ancora. In questo film molti trucchi sono svelati, ma solo per ricordarci che il cinema è fatto per volare con la fantasia.
Poster    Poster alternativoSinossi

Bingo (Satoshi Tsumabuki), direttore di un locale notturno, viene scoperto a letto con Mari (Eri Fukatsu), la pupa del boss Tesshio (Toshiyuki Nishida), capo della banda di gangster che tiene in pugno la città portuale di Sucago. Bingo finirebbe in pasto ai pesci con un paio di scarpe di cemento se non si inventasse di poter condurre dal boss Della Togashi, assassino leggendario di cui nessuno conosce l'identità. Sfruttando questo dettaglio, Bingo intende usare al suo posto Murata, uno sconosciuto attore con la faccia giusta (Koichi Sato), al quale invece farà credere che stanno girando un film. Abbagliato dalla possibilità di essere finalmente protagonista, e nonostante lo scetticismo del suo agente (Fumiyo Kohinata), Murata si butta a capofitto nella parte e si immedesima anche fin troppo...

The Magic Hour è, innanzitutto, una scoppiettante commedia degli equivoci tenuta insieme da una sceneggiatura millimetrica e da un cast affiatato di star che dà il meglio di sé anche in piccoli ruoli.
Il titolo si riferisce a quel momento della giornata a cavallo del tramonto in cui la luce del sole, meno diretta che nelle altre ore diurne, diventa dorata e morbida, rende caldi i colori e dona alle cose un’eterea aura ultraterrena. È il momento prediletto da molti direttori della fotografia e registi, ma anche il più difficile da cogliere. Qui rappresenta anche il momento magico della propria vita in cui si è al meglio e in cui si presentano le opportunità migliori. Niente paura se sfugge, ci sarà un’altra magic hour il giorno dopo, finché il sole continuerà a sorgere e tramontare. Ma al di là della trama e della sua morale, al di là delle situazioni esilaranti e della comicità travolgente, gli elementi di spicco del film sono la sua dimensione nostalgica e quella metacinematografica.
Fin dall'inizio lo spettatore è risucchiato in una bolla spaziotemporale: l'apertura a iride, che ricorda i film muti, sulla scenografia di una città non giapponese dal nome di Sucago (evidente riferimento alla Chicago di Al Capone), che sembra uscita da un film hollywoodiano degli anni Trenta, mostra l'arrivo di un’auto d'epoca da cui escono uomini in doppio petto, pistola alla mano, e irrompono nell'hotel dove una ragazza in baby doll e pettinatura a onde fuma una lunga e affusolata sigaretta. Ci vuole un po’ perché lo spettatore si accorga, vedendo comparire sullo schermo computer e cellulari, che la storia in realtà si svolge ai giorni nostri. Ma la magia è iniziata, e l'’mpressione di trovarsi in piena epoca d'oro di Hollywood non abbandona mai lo spettatore. I riferimenti che si possono trovare sono tanti: da Billy Wilder, da sempre ispiratore di Mitani, al primo Woody Allen, dal gangster movie al noir sino alla commedia screwball degli anni Trenta e Quaranta. Ciononostante, Mitani rende il film profondamente giapponese inserendo momenti carichi di pathos e sentimento.
       
    
Ma soprattutto The Magic Hour è un omaggio al fare cinema. La stessa canzone della colonna sonora allude alla macchina dei sogni che crea "graziose bolle nell’aria". È un omaggio pieno di rispetto anche per l'esercito invisibile che lavora dietro le quinte, a cui è affidata la soluzione di tutto, come accade del resto nella realtà del set. Infine è un omaggio al veterano Ichikawa Kon, che qui fa la sua ultima apparizione in un cameo prima di passare a miglior vita.
La morale ultima del film è che il cinema stesso è una magic hour: non resta che sedersi in poltrona e goderselo lasciandosi ammaliare dalla sua luce e dalle graziose bolle che emana nell’aria.

La mia recensione completa è sul blog Sonatine.
Una curiosità sul film: come succede in altri film di Koki Mitani, anche in The Magic Hour un personaggio del film precedente del regista ritorna in un piccolo ruolo. In questo caso è Kenji Tadano, cantautore sfortunato, che era stato il protagonista del film The Wow-Choten Hotel.
Anche qui preparatevi un divano o un tappeto morbido sul quale rotolarvi dalle risate.

I protagonisti:
   

    
 

Il trailer (con la colonna sonora del film):


Alcune immagini del film:

L"ora magica Perplesso Nei guai 
Prove da duro  L"uomo dai mille volti  Aiutante tuttofare

 

Il brano musicale colonna sonora del film è I'm forever blowing bubbles (Faccio sempre bolle di sapone), cantato da Eri Fukatsu. Si tratta di una canzone che debuttò nel musical di Broadway The Passing Show del 1918, ma divenne famosa quando fu adottata come inno della squadra dai tifosi del West Ham United, club calcistico londinese. Un'interessante versione strumentale è contenuta nel film Accordi e disaccordi di Woody Allen, dal quale film The Magic Hour ha preso anche l'idea del personaggio seduto sulla luna (lì era Sean Penn). Ve la propongo tratta da questo film:



Alla fine del film, durante i titoli di coda, sulle note di un'altra versione della canzone, cantata sempre da Eri Fukatsu, potete vedere in una scena accellerata tutta la costruzione della scenografia principale del film.
Immagine inserita E non perdete le altre note culturali relative al film.

Sottotitoli: versione cowry 2cd (mediafire cd1 cd2)

Questi sottotitoli sono anche su AsianWorld.

Hara-kiri - Death of a Samurai (Ichimei)

   
  • Titolo internazionale: Hara-Kiri: Death of a Samurai
  • Titolo originale giapponese: 一命
  • Romaji: Ichimei
  • Titolo tradotto in italiano: Una Vita - Harakiri: Morte di un Samurai
  • Regia: Takashi Miike
  • Sceneggiatura: Yasuhiko Takiguchi, Kikumi Yamagishi
  • Produttori: Toshiaki Nakazawa, Jeremy Thomas
  • Direttore della fotografia: Nobuyasu Kita
  • Musiche: Ryuichi Sakamoto
  • Prima mondiale: maggio 2011 (Festival di Cannes)
  • Data di uscita: 15 ottobre 2011
  • Durata: 126 min.
  • Genere: film in costume (jidaigeki)
  • Lingua: giapponese
  • Nazione: Giappone
  • Cast: Ebizo Ichikawa, Eita, Koji Yakusho, Hikari Mitsushima, Naoto Takenaka, Munetaka Aoki, Hirofumi Arai, Kazuki Namioka, Takashi Sasano.
  • Premi: Miglior fotografia ai Maininchi Film Awards e all'Osaka Cinema Festival. Nomination per la miglior attrice non protagonista a Hikari Mitsushima agli Asian Film Awards e ai Japanese Academy Awards. Nomination per il miglior compositore a Ryuichi Sakamoto agli Asian Film Awards. Nomination per la miglior scenografia ai Japanese Academy Awards. Nomination alla Palma d'Oro per Takashi Miike al Festival di Cannes 2011.
  • Links: IMDB, asianwiki, sonatine.

Sinossi

Inizio Seicento, città di Edo. Il ronin (samurai senza padrone) Hanshiro (Ebizo Ichikawa) si reca alla residenza del clan Iyi - in cui il daimyo è assente e a dare gli ordini è il Capo Consigliere Kageyu (Koji Yakusho) - e chiede di poter compiere in quel cortile il rito del seppuku (il suicidio tramite il taglio del ventre). Il motivo della richiesta è che, non riuscendo a farsi assoldare come samurai perché in tempo di pace nessun clan ha bisogno di servigi del genere, Hanshiro non sopporta più la miseria e vuole darsi una morte onorevole nel cortile della casa di un Signore.
In quel periodo a Edo simili richieste erano frequenti, ma erano dei bluff: i ronin usavano questo stratagemma nella speranza di ottenere un'elemosina. Kageyu pensa che sia quello lo scopo di Hanshiro e gli racconta di un giovane ronin, Motome (Eita), che si era presentato tempo prima con la stessa richiesta.


[Spoiler! Continua a leggere... (clicca per aprire)]
Per evitare che altri ronin si presentassero a chiedere del denaro con quella scusa, e dare un esempio a tutti, Kageyu aveva obbligato Motome, dietro suggerimento di Omodaka - uno dei giovani samurai più in vista della casata - a compiere realmente il seppuku come annunciato.


Hanshiro prova compassione davanti alla storia di Motome, ma è fermo nel suo proposito. Quando tutto è pronto per la cerimonia, però, chiede che a fargli da secondo sia Omodaka. Ma si scopre che Omodaka è scomparso.

Trailer del film (in giapponese):



Film molto intenso, che si apprezza anche in 2D, nonostante sia stato molto pubblicizzato per essere il primo jidaigeki girato in 3D. Remake del film Harakiri del 1962 diretto da Masaki Kobayashi, viene riletto inserendo elementi nuovi e cambiando di significato altri. Questi cambiamenti sorprendono tanto più perché la sceneggiatura si ostina a riproporre le stesse scene, addirittura le stesse testuali parole delle battute del film originale, che quindi vivono di nuova luce.
L'elemento più vistoso introdotto è senz'altro il 3D: la continua, accentuata, profondità di campo, data attraverso i movimenti di macchina e la scenografia.
L'altro elemento è la solidarietà, che il ronin di Kobayashi non si sarebbe mai sognato di chiedere. Questi, amaro e sarcastico, pronto a mettere in subbuglio i costumi e i pregiudizi del tempo, non riesce però a sfuggire alla logica di quel mondo: si presenta assetato di vendetta, e anche se non esita a mandare all'aria quel sistema di valori rappresentato dall'armatura dell'antenato, buttandola in faccia a quei samurai irrigiditi nella loro regola, in ultima analisi non trova meglio che dimostrare loro che anche lui ha il coraggio di seguirla. Il malinconico e disperato ronin di questo film, invece, sceglie una via in qualche modo contraria: dimostra loro che nonostante non sia con la spada che si combatte, il coraggio sta anche nell'immolarsi rifiutando la cosiddetta morte onorevole, ma affrontandone una più terribile. Quello che rimprovera agli uomini della sua classe è l'incapacità di calarsi nei panni di un proprio simile e capire i suoi sentimenti a partire da un sistema comune di valori. L'incapacità di rivedere le regole alla luce della propria umanità.
Quello che è scomparso dal film invece è lo spirito ancestrale che animava la maestosa armatura che apre e chiude il film. Senza di questo, l'atto di Hanshiro non è più un sacrilegio. Lo spirito dell'antenato non ha un ruolo, è assente. Eppure il colore (il film del 1962 è in bianco e nero) avrebbe permesso di stabilire questa connessione con il passato: è esplicito il riferimento all'armatura rossa, simbolo del clan Iyi, simbolo di ferocia ma anche di carne e sangue umano che costituisce l'essenza di un guerriero. L'armatura è vuota forma. Il codice dei samurai è vuota forma.
Consiglio caldamente la lettura delle note storico-culturali; anche qualche approfondimento sul periodo feudale in Giappone, la cultura del samurai e del seppuku sarà utile per apprezzare meglio il film.

Il regista e i protagonisti:


Alcune scene del film:



 

Sottotitoli in italiano: (versione zdzdz)
Questi sottotitoli sono anche su AsianWorld.
Buona visione!

Anche a chi è già esperto di cultura giapponese e film di samurai, per apprezzare al meglio la visione del film Harakiri: Death of a Samurai (titolo originale Ichimei - Una vita) consiglio caldamente di leggere il mio post riguardante la figura del samurai nel periodo Edo e la cultura del seppuku, il suicidio rituale, conosciuto in Occidente con il termine popolare di harakiri.
In particolare sono questi gli aspetti interessanti presenti nel film:
  • Effettivamente all'inizio dello shogunato Tokugawa i daimyo che si erano alleati (tozama) solo a partire dalla battaglia di Sekigahara con il clan poi uscito vincitore, e non erano i suoi alleati storici, furono guardati con sospetto dallo shogunato;
  • la condizione dei ronin, in cui si ritrovarono molti guerrieri al servizio dei clan perdenti nella battaglia di Sekigahara; il fatto che effettivamente si occupassero di artigianato e lezioni nelle scuole;
  • lo scioglimento di clan non per demeriti in battaglia, ma per mere ragioni politiche;
  • l'immobilità sociale e l'orgoglio di classe tipici del periodo Edo;
  • il cambiamento della concezione della spada, sempre più simbolo dell'appartenenza di classe;
  • il lungo e pomposo corteo a piedi e i frequenti viaggi dei daimyo tra Edo e il proprio feudo;
  • il valore dei dettagli nel rituale del seppuku, in particolare riguardo al luogo in cui veniva eseguito e al bagno preliminare.

Ecco invece qui di seguito alcune note che riguardano dettagli specifici del film.

  • Ichikawa Ebizo
Ebizo Ichikawa è il più grande attore contemporaneo di kabuki. In TV ha interpretato come protagonista il taiga dorama Musashi nel 2003 e ha partecipato al dorama Mister Brain. Al cinema è stato protagonista anche del film Sea Without Exit.
   
   


  • Spada di legno
La spada di legno non era usata solo per gli allenamenti. Sembra che con essa il mitico Musashi Miyamoto avesse vinto parecchi duelli contro spade vere. In effetti sotto il regime Tokugawa, a causa del fatto che spesso i duelli, anche dimostrativi, si concludevano con la morte di entrambi i contendenti per le ferite ricevute, a un certo punto furono proibiti i duelli con spade vere. Al loro posto veniva usata una pesante spada di legno (bokuto o bokken) usata per gli allenamenti, che possedeva il peso e il bilanciamento della spada di metallo. Ma non era una spada innocua, tanto che in seguito venne proibito anche l'uso di questa, a causa dell'alto numero di ferite mortali che provocava.
Per gli allenamenti era già stata introdotta nella seconda metà del '500 la shinai, una spada più flessibile fatta di bambù, che grazie a questa caratteristica non costringeva i maestri a trannenersi nello sferrare i colpi agli allievi, rendendo più agevole l'insegnamento delle tecniche di combattimento.
A causa delle condizioni di povertà in cui vivevano, molti ronin furono costretti a vendere le loro spade per sopravvivere, sostituendole con spade di bambù.

  • Il clan Iyi (Ii) e l'armatura rossa Akazonae
Iyi e Ii sono la romanizzazione (trascrizione dei caratteri giapponesi in lettere romane) dello stesso nome, che si riferisce ad un clan famoso nella storia giapponese, il clan Ii. Membri di questo clan furono personaggi famosi, come Naomasa Ii e Naosuke Ii. La romanizzazione più corretta e più vicina alla pronuncia è Ii, ma nei sottotitoli ho scelto l'altra forma sia perché la consideravo di più agevole lettura sullo schermo, sia perché è la romanizzazione più usata nelle principali recensioni di questo film e del film Harakiri del 1962, di cui questo film è il remake.
Il clan Ii nell'epoca Sengoku era vassallo del clan Imagawa, che fu sconfitto da Oda Nobunaga nel 1560. Ieyasu Tokugawa conobbe Naomasa Ii quando questi era ragazzino e lo prese con sé; in seguito diventò uno dei suoi quattro più fedeli generali.
Raggiunta la maggiore età Naomasa cominciò a distinguersi in battaglia e gli fu dato il comando di un gruppo di guerrieri che erano stati al servizio di Takeda Shingen, ma dopo la sua sconfitta da parte di Oda Nobunaga avevano giurato fedeltà a Ieyasu. Dalla battaglia di Nagakute del 1584 le sue truppe adottarono l'armatura rosso sangue chiamata akazonae, che sul campo faceva risaltare i guerrieri e aveva un forte impatto psicologico, e che guadagnò loro il soprannome di "Demoni Rossi", che era anche usato per Naomasa stesso.
L'armatura originale di Naomasa è conservata oggi al museo del castello di Hikone.
L'armatura rossa era apparsa in Giappone già dal periodo Muromachi (XV secolo). All'inizio era indossata da singoli guerrieri solo per gusto personale, poi cominciò ad essere usata come uniforme per un gruppo di guerrieri scelti. Dipingere le armature di rosso fu una tattica psicologica introdotta dal generale Masakage Yamagata nell'esercito di Takeda Shingen. I guerrieri sopravvissuti di quell'esercito combatterono poi al fianco dei Tokugawa sotto il comando di Naomasa Ii e continuarono ad usare l'armatura rossa, a cui fu dato il nome di akazonae, così diventò l'emblema del clan Ii. In seguito anche i clan Sanada e Hojo adottarono un'armatura rossa.
 

  • Buke Shohatto (Varie Leggi per le Famiglie dei Samurai)
Il Buke Shohatto fu un insieme di leggi promulgate dal primo shogun Tokugawa, Ieyasu, e poi variate dal terzo shogun Iemitsu, che regolavano i rapporti tra i daimyo e tra questi e lo shogunato. Erano leggi volte a rafforzare il controllo del clan Tokugawa sul Paese ed evitare che i signori feudali si alleassero tra loro e ribellassero allo shogunato.
Questo insieme di leggi non va confuso con il Bushido, il codice morale e di comportamento dei samurai, anche se conteneva dei concetti morali derivati dal confucianesimo, come il raccomandare la frugalità, il buon governo e il decoro.
Le leggi riguardavano l'obbligo di indossare gli abiti adatti alle varie occasioni, il divieto di combinare i matrimoni dell'aristocrazia senza l'autorizzazione dello shogunato, ma soprattutto il divieto di fare innovazioni o espansioni ai castelli e alle fortificazioni. Qualsiasi lavoro di costruzione o riparazione doveva essere autorizzato dallo shogunato.

  • Il clan Fukushima e il feudo di Hiroshima
Il capo del clan Fukushima nell'epoca Sengoku era Masanori, il quale era vassallo di Hideyoshi Toyotomi e al servizio del suo esercito aveva combattuto nella campagna di Corea ed era stato incaricato da Hideyoshi di costringere al suicidio Hidetsugu (figlio adottivo e nominato inizialmente erede di Hideyoshi, poi caduto in disgrazia quando a questi nacque un figlio naturale).
Nella battaglia di Sekigahara del 1600 Masanori decise di schierarsi con Ieyasu Tokugawa invece che con la fazione dei Toyotomi comandata da Mitsunari Ishida. Grazie a questa alleanza gli fu affidato il dominio del feudo di Hiroshima.
A quell'epoca questo feudo comprendeva anche le province di Aki (o Geishu) e Bingo.
Tuttavia, il dominio di Masanori fu breve. 19 anni dopo, il castello di Hiroshima soffrì gravi danni a causa di un'inondazione e Masanori lo fece riparare, contravvenendo alla legge del Buke Shohatto. Per questo motivo il feudo gli fu tolto e fu concesso al clan Asano, mentre Masanori fu mandato in esilio. I suoi discendenti mantennero comunque il rango di hatamoto (vassalli diretti dello Shogun).

  • Ryo e mon, le monete antiche
Durante l'epoca Tokugawa in Giappone circolavano diverse monete, di diversa forma e diverso materiale: ferro, bronzo, argento e oro.
La moneta con il valore più basso era il mon, di ferro o bronzo, bucata al centro. Tra le monete in oro, la più diffusa era il ryo, fatta di una lega contenente oro in percentuale maggiore, del peso di 16,5 grammi circa. Esistevano anche monete più grandi sia di peso che di valore, ad esempio l'oban (del valore di 10 ryo).
Il valore delle monete non seguiva un sistema decimale, ma era calcolato per multipli di quattro,  quindi la scala era:
1 ryo = 4 bu = 16 shu = 4000 mon.
Per quanto riguarda il valore,  è difficile fare una stima, in quanto l'oro sui nostri mercati ha un prezzo che oscilla in base a vari fattori, diverso dal valore di allora. Un ryo era comunque una grossa cifra, che per semplificare possiamo dire equivalente ad una cifra fra i 350 e i 500 euro. Il mon di conseguenza possiamo ipotizzare valesse intorno agli 8-10 centesimi di euro.
Ad esempio, il compenso per la fabbricazione di 6 ombrelli, probabilmente il lavoro di un'intera giornata, nel film è di 50 mon: si capisce che mettere da parte in poco tempo 4000 mon, cioè un solo ryo, per un artigiano era una cosa inimmaginabile.

Jidaigeki, periodo Edo e i Samurai

Questo post è un'approfondimento di quanto già avevo scritto per il film Sword of Desperation. Ho ampliato le note per spiegare anche alcuni aspetti, legati al periodo Edo e alla figura del samurai, che possono essere utili per comprendere meglio i film Hara-kiri: Death of a Samurai e A Ghost of a Chance.

Jidaigeki è un termine che indica un genere storico ambientato nel lontano passato usato nel settore cinematografico, televisivo o teatrale in Giappone.
La parola vuole dire rappresentazione d'epoca e di solito indica una fiction ambientata nell'epoca Sengoku (degli Stati Combattenti, 1467-1573) o nell'epoca Edo (1603/1867), che narra le vicende di signori feudali, contadini, fabbri, mercanti, ma soprattutto samurai, ed il termine è spesso accostato al suo sottogenere chambara (combattimento con le spade).
Tra i film più rappresentativi conosciuti in Italia, ci sono quelli di Akira Kurosawa (I sette Samurai, Kagemusha), la saga dello spadaccino cieco Zatoichi e il telefilm degli anni '70 Samurai (titolo originale Kozure Okami).
Nel forum hanabitemple ho trovato questo interessante approfondimento sul genere jidaigeki.
             

Il periodo Edo (1603-1867), noto anche come periodo Tokugawa, indica quella fase della storia del Giappone in cui la famiglia Tokugawa detenne attraverso il titolo di Shōgun il massimo potere politico e militare nel paese. Prende il nome dalla capitale Edo, l'attuale Tokyo.

Il Giappone era diviso in feudi (Han), governati da un signore feudale, il daimyo, la cui carica era ereditaria. Il valore di un feudo dipendeva direttamente dalla sua capacità di produrre beni materiali, quantificati in koku (quantità di riso occorrente per sfamare una persona in un anno). La ricchezza del feudo stava quindi nella riscossione dei tributi.
Il daimyo era affiancato generalmente da un Consiglio degli Anziani, e aveva al suo seguito un certo numero di vassalli, i samurai, che ricevevano uno stipendio in koku adeguato all'incarico ricoperto, che poteva variare da incarichi amministrativi a incarichi di polizia e nell'esercito, che aveva il compito di difendere il feudo da eventuali attacchi nemici ma anche di mantenere l'ordine pubblico.
Il Consiglio degli Anziani, cioè i ministri del governo, presieduto dal Capo Consigliere (karo), era affiancato da una figura di mediatore, il churo, letteralmente "ministro di mezzo". Questa era la seconda carica per importanza dopo il Capo Consigliere.
Tra gli incarichi di polizia invece spiccava l'Ometsuke, l'Ispettore Capo, che si occupava appunto delle indagini sui crimini e dell'arresto dei colpevoli.
Il daimyo rispondeva solo allo Shogun per gli affari generali dello Stato, ma all'interno del feudo il suo potere era pressoché assoluto ed egli veniva riverito come un sovrano.
Il periodo Tokugawa, seguito a più di un secolo di guerre civili, fu un periodo di pace. Tuttavia i Tokugawa, specie all'inizio, mantennero la pace con pugno di ferro e attuarono alcune strategie per indebolire i daimyo al punto di rendere impensabile ribellarsi all'autorità dello shogunato. La strategia principale fu di promulgare alcune leggi affinando alcuni principi già promulgati da Toyotomi Hideyoshi. Innanzitutto distinse i ranghi tra i daimyo che erano in origine suoi vassalli, i suoi alleati storici insomma (fudai), e i daimyo che appartenevano a rami della sua famiglia (shinpan), da quelli che si erano alleati con lui solo a partire dalla battaglia di Sekigahara (tozama). Ieyasu vide sempre con sospetto questi "nuovi" alleati, temendo rivolte armate. Uno strumento di controllo rivolto a questi daimyo (e non solo) fu la minaccia sempre incombente di trasferire in una nuova terra o espropriare i feudi ai daimyo (destituendo quindi l'intero loro clan) che si macchiavano di disobbedienza o semplicemente non erano troppo solerti nell'eseguire un ordine, o non accordavano un'accoglienza abbastana pomposa ai suoi emissari, o dimostravano di non saper gestire efficientemente il feudo a causa del numero dei crimini o dello scandalo che suscitavano, o grazie alle denunce dei sudditi. Altro strumento fu la proibizione dei lavori di costruzione e ristrutturazione senza previa autorizzazione dello shogunato. Le guerre avevano danneggiato molti castelli e quindi molti feudi restavano senza difese, senza poter organizare un'eventuale resistenza armata. Inoltre ai daimyo venivano spesso richieste ingenti somme come contributo alla ristrutturazione o costruzione di nuovi castelli appartenenti allo shogunato. Ma non era quella la sola spesa che indeboliva le finanze dei feudi rendendo difficile l'arruolamente di grossi eserciti. I daimyo erano soprattutto obbligati a mantenere ad Edo una propria residenza e soggiornarvi ad anni alterni, assentandosi dal feudo. Nei periodi in cui vi rientravano dovevano lasciare comunque ad Edo un membro della famiglia come ostaggio. I viaggi tra il proprio dominio e la capitale dovevano obbligatoriamente svolgersi con un corteo a piedi (non a cavallo) formato da un numero prefissato di vassalli. Inoltre all'interno del palazzo dello Shogun, soprattutto in sua presenza, gli uomini indossavano un tipo di pantaloni molto lunghi (nagabakama) che intralciavano considerevolmente i movimenti, scongiurando il pericolo di un attacco improvviso.
   
L'insieme di questi codici promulgati dai Tokugawa all'inizio del loro predominio, che regolavano i rapporti tra i daimyo e lo Shogun, non deve essere confuso con il codice dei samurai, il Bushido, una disciplina soprattutto etica e filosofica, e di origine molto più antica, anche se fu codificata definitivamente proprio nel periodo Edo.
Ad esempio, il clan che governava Hiroshima e che ha fatto riparare il castello senza permesso nel film Harakiri - Death of a Samurai, ha violato una legge fatta dai Tokugawa (a loro uso e consumo), come dice il testo originale giapponese, e non certo il codice d'onore dei samurai, come ho visto in alcune traduzioni.
Con il passare del tempo, una politica di matrimoni assicurò poi la fedeltà di buona parte dei daimyo allo shogunato e il suo governo rimase stabile per oltre due secoli e mezzo.
Il periodo Edo finì con la caduta dello Shogun e la Restaurazione Meiji (vedi questo post).


  • Samurai, bushi e ronin nella storia del Giappone e nell'immaginario collettivo
Il termine samurai originariamente proveniva dal cinese e voleva dire servitore o accompagnatore, e a partire dall'ottavo secolo designò una classe di burocrati di rango medio-basso della corte dell'imperatore, che nel corso dei secoli acquistò sempre maggior potere. Nel XIII secolo il termine assunse un significato militare diventando sinonimo di bushi, colui che possiede la conoscenza e l'arte militare/le arti marziali. I guerrieri, quindi, quelli più valorosi ma anche più potenti e sapienti. Nel periodo Muromachi (XIV-XVI secolo), con il diffondersi del buddismo zen, si impose anche un codice morale, il Bushido, cioè la via del bushi, del samurai. E' un sistema di principi etici a cui il guerriero deve attenersi: giustizia, coraggio, benevolenza, disciplina, sincerità, onore, lealtà. Il rispetto delle regole è fondamentale, come l'impossibilità di mancare alla parola data e la ricerca di una morte gloriosa.
Essere un samurai non voleva quindi dire soltanto appartenere ad una classe, ma anche essere un uomo di valore e di grande integrità morale. Negli scritti di Musashi Miyamoto - celebre per i suoi duelli, considerato il più grande spadaccino della storia giapponese, ma anche scrittore e pittore - la vita del bushi viene descritta come ricerca di arricchimento interiore e di perfezione.
Tra gli ideali del samurai vi era anche quello della conoscenza: la classe dei samurai era una classe colta, che esercitava l'arte della calligrafia e della cerimonia del tè (di cui ho parlato in questo post), si interessava di pittura, letteratura, teatro, nonché di giardinaggio. C'era anche molta attenzione all'aspetto fisico e all'eleganza: anche quando si vestiva dell'armatura per affrontare il campo di battaglia, il samurai poneva grande attenzione ai dettagli.
La pettinatura simbolo dell'appartenenza alla classe dei samurai era il tipico codino chiamato chonmage. Tenere i capelli in una rigida posizione e in maniera raccolta e ordinata significava fermezza d'animo; tanto quanto i capelli sciolti sul campo di battaglia erano il segno della sconfitta e del disonore. Tagliare il codino era la rinuncia allo status sociale di samurai, e ai morti veniva tagliato e restituito alla famiglia quando non era possibile restituire il cadavere.
 
Mentre nel periodo delle guerre civili era facile distinguersi in battaglia e acquisire il rango di samurai, Toyotomi Hideyoshi promulgò una legge che rendeva ereditario il titolo di samurai e proibiva di portare armi alla gente non appartenente a questa casta. La spada diventò quindi segno distintivo di appartenenza ad una classe, veniva quindi portata sempre e con orgoglio. Allo stesso tempo si diffuse anche l'idea che nella spada risiedesse l'anima del samurai. Questo portò ad una venerazione dell'arma ancora maggiore. Infatti tradizionalmente la spada era tenuta in grande considerazione, e non solo come strumento utile per il combattimento, ma ritenuta dotata di anima e carattere propri (addirittura veniva considerata un kami, una divinità, per il suo potere di dare la morte), forgiata da grandi maestri spadai durante una vera e propria cerimonia, nella quale l'artigiano/sacerdote infondeva la sua anima nell'arma. Alle spade più antiche dei più grandi maestri veniva dato anche un nome (consuetudine esistente anche in antiche civiltà occidentali, quella celtica e quella scandinava, ad esempio).
Le armi tipiche del samurai erano la coppia di spada lunga (katana) e spada corta (wakizashi) che venivano portate legate sul fianco. Sul campo di battaglia però venivano usate anche altre armi: lancia, arco, persino il moschetto, importato dall'Occidente nel XVI secolo.

Terminata la burrascosa epoca Sengoku, nel periodo Edo (tra l'inizio del Seicento e la metà dell'Ottocento) il samurai da guerriero tornò ad essere un burocrate che svolgeva solo funzioni amministrative e di ordine pubblico; la spada veniva portata solo come ornamento. Anche la mobilità sociale che aveva contraddistinto il periodo delle guerre civili si cristallizzò in una rigida struttura sociale gerarchica (samurai, contadini, artigiani, mercanti). L'integrità morale perse sempre più importanza a favore dell'appartenenza di classe e al proprio clan (e al proprio daimyo).
Sotto il dominio Tokugawa anche il bushido cambiò i suoi valori. Se nell'opera Il libro dei cinque anelli di Musashi Miyamoto (all'inizio del periodo Edo, verso la metà del Seicento) la disciplina del samurai era soprattutto ricerca di perfezione e affinamento interiore, già qualche anno più tardi (inizio Settecento), nel testo ufficiale che viene considerata una sorta di bibbia del bushido, o per lo meno la sua prima codifica formale, lo Hagakure, si diede molta più importanza alla lealtà e all'obbedienza al daimyo come primo ideale del samurai.
Il samurai aveva un obbligo di totale fedeltà al suo signore feudale, e doveva essere disposto a sacrificare la vita per lui. Infatti c'era l'usanza, poi vietata, di suicidarsi alla morte del proprio signore. Questo derivava dal fatto che originariamente i samurai dovevano proteggere il loro generale durante le battaglie, e non solo non essere riusciti nel compito era considerato un fallimento, ma l'obbligo di suicidarsi funzionava anche da deterrente contro tradimenti e defezioni.
L'unica autorità al di sopra del daimyo era appunto lo Shogun, a cui ci si poteva appellare in caso di malgoverno. La denuncia ad Edo era proprio l'unica minaccia che pendeva sulla testa dei daimyo: in caso di scandali, se si dimostrava l'incapacità del daimyo di governare, economicamente o politicamente, di mantenere l'ordine pubblico, o di sanzionare l'operato di politici corrotti, la punizione poteva andare dalla destituzione del daimyo a favore di un suo erede, alla "cancellazione" completa della linea familiare. Questo significava non solo che la famiglia perdeva il suo status di daimyo e il diritto ad avere cariche ereditarie, ma anche che i vassalli perdevano la loro condizione di samurai e il loro stipendio; il governo del feudo veniva dato ad un'altra famiglia che aveva i propri vassalli fedeli.
Ultima nota riguardo alla condizione delle donne: nel Giappone feudale lo Shogun e i daimyo usavano il matrimonio come mezzo per allacciare legami politici, e oltre a una moglie legittima, avevano un certo numero di concubine. Nel palazzo dello Shogun di Edo (e nel palazzo del daimyo del film) le donne vivevano confinate nella parte interna, l'Ooku, dove il padrone di casa (Shogun o daimyo) era l'unico uomo a poter entrare.

Nei jidaigeki il daimyo viene spesso rappresentato come un despota capriccioso, lontano dal popolo, circondato da politici intriganti ed ipocriti, in opposizione al leale, onesto e coraggioso bushi (lo spadaccino, il maestro di arti marziali, che fosse un samurai o meno). Questo perché, se all'origine i daimyo erano generali che si erano distinti nelle guerre, nel lungo periodo di pace che segnò l'epoca Edo avevano perso nell'immaginario popolare l'aspetto di combattenti ed erano sempre più interessati agli agi e ai riti di corte diventando sempre più lontani dalla vita reale delle popolazioni. Spesso l'eroe non è propriamente un samurai ma un ronin: letteralmente uomo onda, cioè libero da vincoli, è un samurai che si ritrova senza padrone o perché cacciato e disonorato, o per la caduta in disgrazia del proprio clan, oppure perché fuggito (non si poteva viaggiare liberamente, per uscire dal feudo occorreva un'autorizzazione), il che equivaleva in pratica a disertare (dappan, per cui questi ronin venivano chiamati dappan ronin). Ryoma Sakamoto, uno dei principali promotori della caduta dello shogunato Tokugawa, era appunto un dappan ronin.
Nell'immaginario popolare spesso il ronin è uno che vaga in cerca di deboli da difendere e ingiustizie da redimere, magari in attesa della vendetta contro chi ha causato la sua rovina. E' il caso ad esempio del famoso Lupo solitario con la carrozzina Itto Ogami, protagonista di numerosi film e serie televisive (in Italia Samurai). Nel film I sette samurai di Akira Kurosawa un villaggio assolda sette ronin per proteggersi dalle incursioni dei banditi.
Ovviamente la realtà del ronin era molto diversa dall'immagine letteraria e cinematografica. Generalmente era segnata dalla povertà. Gli era consentito portare la spada, come ai samurai, ma nella rigida struttura sociale giapponese era considerato un fuori casta. Dopo la battaglia di Sekigahara buona parte dei vassalli dei clan della fazione perdente si ritrovò in questa condizione. Alcuni si abbandonarono a intemperanze e saccheggi. I ronin cacciati da un daimyo nel periodo Edo non potevano nemmeno sperare di trovare un nuovo padrone, perché era vietato. Molti ronin finirono per vendere la propria spada, rimpiazzandola con una di bambù. Molti morirono di fame durante le carestie. A parte alcuni che potevano offrire qualche lezione di spada o insegnare nelle scuole dei tempi, la maggior parte si dedicavano ad attività di agricoltura o piccolo artigianato, come facevano anche molti samurai di basso rango.
musashi taiga dorama lone wolf and cub


Il Seppuku era il rituale per il suicidio in uso tra i samurai. Seppuku è la parola giapponese formale, mentre in Occidente è più conosciuto il termine volgare/informale harakiri o hara-kiri. In ogni caso il significato è sempre lo stesso di "taglio del ventre". I due termini però non sono equivalenti. Ho usato a volte nella traduzione il termine hara-kiri solo perché di comprensione immediata, essendo il termine più conosciuto anche da chi non conosce nulla della cultura giapponese, ma in questi film specificamente si parla di seppuku.
Il seppuku veniva eseguito, secondo un rituale rigidamente codificato, come espiazione di una colpa commessa o come mezzo per sfuggire ad una morte disonorevole, ad esempio per mano dei nemici in battaglia.
Si riteneva che il ventre fosse la sede dell'anima, quindi il significato simbolico era quello di mettere a nudo la propria anima in tutta la sua purezza.
Poteva essere praticato volontariamente per diversi motivi, ad esempio in segno di protesta per un'ingiustizia o per attirare l'attenzione del daimyo su una questione. Ad esempio, era usanza che i vassalli alla morte del proprio signore commettessero suicidio. Durante il periodo Edo divenne una condanna a morte senza disonore riservata alla classe dei samurai, che in tal modo evitavano di essere giustiziati come i criminali comuni. E non si poteva commettere seppuku se non autorizzati. Infatti era vietato alla gente comune, ai soldati semplici e in qualche caso anche ai ronin.
Non si comprende appieno la natura del seppuku senza tener conto del Bushido e di come esso considerava la morte solo una parte della vita. Il samurai non doveva temerla, anzi inseguirne una gloriosa come suo massimo ideale. Questo disprezzo della morte, in battaglia si traduceva in un eroismo impavido capace di salvargli la vita in molte situazioni. Anche nella scelta volontaria del seppuku, quindi, il disprezzo della morte era un atto di eroismo. Restare attaccati alla vita dopo un duello o una battaglia, o in stato di disgrazia, come il disonore o una povertà tale da costringere a mendicare, era invece il tradimento di tutti gli ideali.
Una fase preliminare del rituale, ma parte integrante di esso, prevedeva che il suicida facesse un bagno. Nel film Harakiri - Death of a Samurai il ronin viene invitato a fare un bagno con una scusa, e solo dopo si chiarirà la vera natura di quell'offerta.
Gli indumenti da indossare per il rituale si componevano di un abito di colore bianco (il colore della purezza ma anche del lutto) a maniche larghe e corte, e un abito formale di colore celeste chiaro.  La cerimonia avveniva all'interno della propria dimora, per i samurai di rango elevato, in giardino per quelli di rango più basso, mentre per i ronin e i samurai caduti in disgrazia era nella maggior parte dei casi la prigione (secondo la leggenda il famoso caso dei 47 ronin fu scatenato dall'ordine dato dallo Shogun al loro Signore di suicidarsi in giardino, cosa che era considerata degradante).
La postura corretta per eseguire il rituale era sedersi (a terra, su un tappeto rosso o su una base di tatami con sopra un grosso cuscino avvolto da un telo bianco) sulle ginocchia, in una posizione che favorisse nel momento della morte la caduta in avanti anzicché all'indietro (considerata disonorevole).
Spesso prima di compiere seppuku il suicida componeva il proprio poema funebre, che così diventava una sorta di testamento spirituale.
Il taglio del ventre poteva avvenire con un pugnale (tanto), se il rito avveniva in casa propria, o con la spada corta (wakizashi) se il seppuku avveniva sul campo di battaglia o in altri luoghi. La lama veniva avvolta da un panno bianco.
Il suicida toglieva la parte superiore dell'abito formale, apriva l'abito bianco e sfregava l'addome con la mano sinistra tre volte. Poi, affondata la lama nella parte sinistra dell'addome, doveva girare la lama e portarla verso l'alto, facendo un taglio non orizzontale, ma tracciando una specie di arco, fino ad arrivare al lato destro dell'addome, creando una specie di sportello da cui far fuoriuscire le viscere. Un'altra modalità di eseguire il seppuku era invece quella di fare due tagli, uno orizzontale e poi uno verticale dallo sterno all'ombelico, tracciando una croce.
Durante il rituale il suicida aveva diversi assistenti, soprattutto il suo secondo (kaishakunin), che aveva il compito di decapitarlo con una spada subito dopo il taglio del ventre, per evitare che il dolore sfigurasse il suo volto. Era un'operazione molto difficile, che doveva con un colpo secco porre fine alle sofferenze ma evitare che la testa si staccasse completamente dal corpo e rotolasse in modo disonorevole, come avveniva quando venivano decapitati i criminali comuni.
Per questo motivo come kaishakunin veniva scelto tra i più abili con la spada. Il protagonista del telefilm Samurai trasmesso in Italia negli anni '70, Itto Ogami, ricopriva appunto l'incarico ufficiale per conto dello shogunato di assistere quelli a cui veniva ordinato di suicidarsi, diventando così una specie di boia. Da qui la sua notorietà come abile maestro di spada.
La differenza essenziale tra seppuku e hara-kiri era che per quest'ultimo non era presente il kaishakunin e non era prevista la decapitazione del suicida, e pertanto veniva a mancare tutta la relativa parte del rituale, con conseguente minore solennità dell'evento.
Anche le donne si preparavano al rituale del suicidio, esercitandosi con un ventaglio, e tagliandosi non il ventre ma la gola. Lo scopo era sempre quello di non cadere nelle mani del nemico o vittima di uno stupro.
Nel forum hanabitemple ho trovato un interessante approfondimento su samurai e seppuku, che invito a leggere.

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Emi Hosho (Eri Fukatsu) è un'avvocatessa la cui carriera non riesce ad ingranare. Ricusata da un suo assistito, è costretta ad accettare un caso che il suo capo Hayami (Hiroshi Abe) le affida e che si presenta pieno di problemi: difendere Goro Yabe, incriminato dell'omicidio della moglie Suzuko (Yuko Takeuchi). L'alibi non è dei più credibili: lui sostiene di aver subito una paralisi nel sonno, colpevole il fantasma di un guerriero che gli si è messo addosso impedendogli i movimenti.
Emi riesce a rintracciare il fantasma, quello del samurai Rokubee Sarashina (Toshiyuki Nishida); il problema è che solo lei e il suo assistito sono in grado di vederlo. Ciononostante l'avvocatessa è decisa a portare il fantasma a testimoniare in tribunale, ma incontra la fiera resistenza del pubblico ministero (Kiichi Nakai), il quale non crede a niente che non sia scientificamente provato. Ma non è la sola difficoltà che dovrà fronteggiare...


[Attenzione, spoiler! Clicca per aprire...]
Diversi personaggi le sbarreranno la strada. Dovrà dimostrare non solo l'esistenza ma anche la credibilità di Rokubee, convincere gli emissari dell'aldilà a concedergli ancora un po' di tempo nel mondo terreno, risolvere i problemi di coppia con il proprio ragazzo, smascherare i veri colpevoli che intanto hanno ingaggiato un esorcista per scacciare lo scomodo testimone.




Once in a blue moon è un detto anglosassone simile al nostro una volta ogni morte di papa: significa una volta ogni tanto, raramente, quasi mai. Infatti la "luna blu" è la seconda luna piena all'interno di uno stesso mese del calendario solare, che capita circa ogni due anni e mezzo.

Per il lancio del film tutto il cast aveva già partecipato ad uno special televisivo, il film per la TV Suteki na Kakushidori (Il perfetto consierge). Lì Eri Fukatsu era stata da poco assunta come consierge in un hotel di lusso, e doveva soddisfare al meglio le bizzarre richieste dei capricciosi clienti. Tra i personaggi, lo stesso Koki Mitani interpretava un regista insicuro alle prese con l'ansia per la presentazione del suo ultimo film.
Ma nella realtà Koki Mitani non aveva motivo di stare in ansia: il suo film è divertente, riuscitissimo, ed ha avuto un enorme successo di pubblico. Eri Fukatsu, da poco reduce dai riconoscimenti ottenuti per la sua intepretazione di un personaggio drammatico in Akunin, si dimostra perfetta anche per questo ruolo brillante. Sempre ottimo anche Toshiyuki Nishida, anche lui di recente apprezzato in un ruolo drammatico in Phone Call to the Bar, ma qui davvero esilarante. Kiichi Nakai e Hiroshi Abe sono una sicurezza. Abe è avvezzo a questo tipo di ruoli ma Nakai è stato una scoperta, anche se l'avevo adorato nel recente dorama Saigo Kara Nibanme no Koi (il penultimo amore), dove aveva un ruolo molto simpatico. Qui però supera se stesso e addirittura si esibisce in un improbabile numero di magia. Bravi un po' tutti nelle loro piccole parti; spiccano le interpetazioni di Yuko Takeuchi, Katsuhisa Namase, Kyoko Fukada, Koji Yamamoto.
Una curiosità sul film: come era già successo nel film precedente di Koki Mitani, The Magic Hour, un personaggio del film precedente del regista ritorna in un piccolo ruolo. In questo caso è Taiki Murata, attorucolo sfortunato, che era stato il protagonista del film The Magic Hour.
Preparatevi un divano o un tappeto morbido sul quale rotolarvi dalle risate.
Ciao, eh.

I protagonisti:
    
   
       

Il trailer (in inglese):


Alcune immagini del film:

Al processo Nello studio di Hayami Al processo 

Sul set di un film  All"autogrill

Al processo

Il brano musicale colonna sonora del film è Once in a Blue Moon (Una volta ogni tanto/Quando c'è la luna blu), già sentito nello special televisivo Sutekina Kakushidori.
Ve lo propongo qui in versione cantata e in versione jazz.



Immagine inserita Non perdete le note storico-culturali relative al film.

Sottotitoli: versione zdzdz (mediafire).

Questi sottotitoli sono anche su AsianWorld.
Ecco una serie di note storico-culturali relative al film Sutekina Kanashibari (Once in a Blue Moon - A Ghost of a Chance).

  • Once in a blue moon
La luna blu non è, si può pensare e come era usato anticamente il termine, il raro fenomeno per cui a volte la luna sembra assumere una sfumatura di colore blu (dopo eruzioni vulcaniche o incendi nelle foreste, per esempio). E' chiamata luna blu la seconda luna piena che cade nello stesso mese solare. I mesi solari e i cicli lunari, pur essendo simili, non coincidono, per cui raramente - circa ogni due anni e mezzo - accade che nello stesso mese solare la luna piena capiti due volte. Quello che accomuna i due fenomeni comunque è la rarità ed è questo il senso vero del detto "Once in a blue moon": raramente, una volta ogni tanto, quasi mai.
Secondo alcune leggende popolari, pare che la seconda luna abbia poteri magici, rendendo possibile chiedere qualsiasi cosa, farsi avverare qualsiasi desiderio, attingendo energia dall'universo.
   

  • Ochimusha
I samurai fino all'ascesa dello shogunato Tokugawa erano soprattutto dei guerrieri. Appena prima che i Tokugawa prendessero il potere, il Giappone aveva attraversato un periodo turbolento, l'epoca Sengoku, scossa dalla guerra civile tra i signori feudali che cercavano di espandere il proprio dominio. Lo shogunato Tokugawa fu invece un periodo di pace in cui i samurai si trasformarono in burocrati che svolgevano incarichi amministrativi. Ed è soprattutto questa immagine che è giunta fino a noi. La figura del samurai guerriero chiuso nella sua armatura che rischia la vita combattendo per la vittoria del suo Signore è poco nota. Un approfondimento sui samurai in questo post.
       
L'ochimusha è il fantasma di un guerriero che, sconfitto, fugge dal campo di battaglia. E' considerato di basso rango, non più a livello di un samurai, perché è fuggito invece di suicidarsi come era tradizione per i samurai. L'iconografia lo rappresenta con la sommità del capo rasata e il resto dei capelli tenuti lunghi e sciolti perché si è disfatta la tipica pettinatura che li raccoglieva in un codino che poi veniva annodato sulla sommità della testa. Il codino doveva essere tenuto fermamente in una rigida posizione perché simboleggiava la fermezza del samurai ed era quindi anche simbolo di appartenenza a quella casta. Sciogliere il codino voleva quindi anche dire perdere lo status sociale di samurai.
 

Il clan Hojo fu un potente clan dello shogunato Kamakura (1192-1333) e ai suoi membri era riservato il ruolo di reggente ovvero primo ministro. Il clan fu distrutto con la caduta dello shogunato ma in seguito una famiglia di samurai ad esso imparentata da parte femminile prese il suo nome dando vita al clan Odawara Hojo (opure Go-Hojo).
Durante il secolo XVI il clan assunse un enorme potere finché fu sconfitto da Toyotomi Hideyoshi (di Hideyoshi ho già parlato in questo post) nel 1590 con l'assedio di Odawara.
L'esistenza del castello di Kotama è del tutto inventata come il suo Signore, Ujinaga, ma Uji era il primo carattere di tutti gli eredi del clan, mentre il capostipite si chiamava Nagauji. Un noto Hojo Ujinaga è stato un discendente del clan nato però nel 1609 e insignito del ruolo di O-Metsuke (ispettore generale). Un altro famoso Hojo Ujinaga è stato il fondatore di una scuola di arti marziali e istruttore dello shogun Tokugawa Iemitsu. All'epoca dell'assedio di Odawara, però, esisteva un altro vassallo del clan Hojo di nome Ujinaga, Narita Ujinaga, signore del castello di Oshi (nella prefettura di Tokyo) che fu sempre sconfitto in quell'occasione dall'armata dei Toyotomi (guidata da Ishida Mitsunari).


  • Okutama
Okutama è una cittadina della prefettura di Tokyo. Esattamente si trova nella parte più a ovest e più a nord. Sebbene non distante dalla metropoli, la zona ha tutta un'altra atmosfera, ricca di boschi, montagne, luoghi selvaggi e sinistri.


  • Abe no Seimei
Abe no Seimei, vissuto nel X secolo nel periodo Heian, era un famoso onmyoji: maestro di yin e yang, mago, astrologo, esorcista. Si occupava di tutto ciò che riguardasse l'esoterismo alla corte dell'imperatore, dallo scacciare i demoni alla divinazione. Intorno a lui si sono create una serie di leggende: ad esempio, che sua madre fosse una kitsune, uno spirito dotato di poteri magici il cui aspetto reale era quello di una volpe ma che poteva assumere sembianze umane femminili.
Abe no Seimei è stato protagonista di una serie di novelle da cui è stato tratto un manga e due film nel 2001 e nel 2003, dal titolo "Onmyoji", interpretati dall'attore Mansai Nomura.
Non so se sono riuscita a rendere perfettamente la gag intraducibile che nel film è relativa a questo personaggio. L'esorcista che si presenta non è discendente di Abe no Seimei, ma di un suo amico, Abeno Meimei, personaggio ovviamente inventato e presumibilmente senza nessuna fama di esorcista, nemmeno lontano parente del famoso sciamano, visto che il cognome suona simile ma è totalmente diverso. Grazie all'ordine delle parole della lingua giapponese, presentandosi l'esorcista lascia intendere di essere discendente del più famoso Abe no Seimei, mettendo in secondo piano il suo vero avo sconosciuto a tutti.
     

  • Arupusu Ichimanjaku
Arupusu Ichimanjaku è una canzoncina per bambini sulla melodia della canzone popolare americana "Yankee Doodle (Sempliciotto nordamericano)". Arupusu sono le Alpi Giapponesi, il jaku è un'unità di misura che corrisponde circa a 30 centimetri, mentre ichiman significa diecimila. Il titolo quindi significa "Sulle Alpi a 3000 metri".
Ecco qui una versione cantata da Hatsune Miku.

Alla canzoncina è associato un gioco ritmico con le mani che si gioca a coppie. In questo video lo eseguono due bambini molto carini.


  • Caramelle che fischiano
Le fue-ramune, commercializzate dalla Coris, sono caramelle con un piccolo buco al centro soffiando nel quale viene prodotto un fischio. Sono caramelle destinate ai bambini, e nella confezione è inclusa una scatolina che contiene un giocattolino da collezionare. Sono aromatizzate con vari gusti: uva, fragola, arancia, yogurt, cola, frutti misti eccetera.
Il nome deriva da fue (flauto) e ramune (il sapore delle bibite effervescenti con l'aggiunta di bicarbonato di sodio, per cui si può tradurre "caramella frizzante").
La cosa curiosa riguardo a queste caramelle è che mentre il nome inglese "Whistle Candy" non lascia dubbi sul suo significato, il nome scritto in giapponese per una particolarmente infelice (o maliziosa?) scelta grafica diventa un po' imbarazzante perché allude ad una pratica sessuale. Sulle nuove confezioni quella grafica è stata sostituita.
 

  • Ten'ichi ramen
Ten'ichi è l'abbreviazione di Tenka-Ippin (il miglior articolo sotto il cielo), una catena di locali (circa 220 in Giappone e Hawaii) specializzati in questo piatto, con la caratteristica dell'aggiunta del lardo di maiale. I ramen sono gli spaghetti di origine cinese di cui ho parlato in questo post, e sono notoriamente un piatto ricco di grassi, ma questa variante con lardo di maiale è più grassa del solito. Hayami ha appena finito di dire che avrebbe seguito i consigli del dottore!
 

  • Pasta wafu carbonara
Ai giapponesi piace la pasta, e non solo l'hanno importata ma hanno ne anche rielaborato le ricette adattandole al loro gusto, oppure ne hanno inventate di nuove, come nel caso degli spaghetti napolitan (vedi questo post). Per quanto riguarda la carbonara, agli ingredienti base come le uova e la pancetta si aggiungono altri tipicamente giapponesi (wafu significa "alla giapponese"), come il mentaiko (specie di bottarga salata e piccante), alghe tritate, frutti di mare, funghi giapponesi, salsa wafu (fatta con olio, aceto e salsa di soia), e inoltre la panna fresca. Il tuorlo d'uovo a volte viene lasciato intero e semicrudo. Come pasta si usano spaghetti o fettuccine ma anche altri formati.
 

  • Mabo dofu
Ho già parlato del tofu in questo post, ma penso che lo conosciate tutti: è il formaggio di soia.
Il mapo tofu è un piatto cinese originario del Sichuan, che presenta il tofu insieme a salsa piccante di fagioli rossi, purea di fagioli neri e carne macinata. La ricetta originale è molto piccante ma in Giappone si è diffusa una variante molto più delicata conosciuta sotto il nome di mabo dofu; in alcuni ristoranti però si serve quello più deciso nello stile del Sichuan.
   

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